Storia della ceramica di Caltagirone nell'epoca Medievale.

La nascita del comune di Caltagirone.

Caltagirone e la ceramica nel Medioevo.

Il nome più antico del comune di Caltagirone che si incontra nel diploma più antico, del 1160, rilasciato al re normanno Guglielmo il Malo è quello di Caltagerun, denominato così dagli arabi.

Mentre successivamente, sotto il governo del conte Ruggero il normanno, un suo geografo assegnò

ben due denominazioni al castello, la prima più importante è quella che si avvicina di più al nome attuale di “Caltagirone”, cioè: Hisn Al Genùn (castello dei genovesi).

Probabilmente era questo il vecchio nome del comune di Caltagirone, più attinente, infatti si tratta dell’interpretazione fonetica più concreta e aderente, perché concorda con i fatti storici.

Probabilmente le popolazioni limitrofe lo chiamavano così perché un gruppo di ausiliari genovesi per sfuggire al massacro da parte dei musulmani, vi si rifugiò.

Questo gruppo ebbe la spiccata capacità di integrarsi perfettamente con la popolazione musulmana del luogo, riuscendo persino ad incrementarsi e fortificarsi fino all’arrivo del conte Ruggero normanno, nel 1076, che propose loro di offrire laute ricompense in termini di ricchezze territoriali e non solo, se lo avessero aiutato a conquistare tutta la piana di Catania in suo nome.

I genovesi accettarono di combattere affianco al Conte Ruggero e le sue truppe, cadde così il Castello di Judica (oggi chiamato Castel di Judica) fino ad allora dominato dai saraceni, fu conquistata l’isola di Malta nel 1091, ed in fine il debellamento dei predoni che si nascondevano nel fitto bosco di Fetanasimo (oggi conosciuto come bosco di Santo Pietro).

Quest’ultima battaglia fu combattuta ardentemente alla porte di Caltaregun (vecchio nome del comune di Caltagirone) il 25 luglio 1091 (giorno dedicato nella cittadina spagnola di Santiago di Compostela all’Apostolo Giacomo).

Il Conte Ruggero rientrato vittorioso nella cittadina di Caltagerun decise di dedicare la vittoria all’Apostolo Giacomo, facendo erigere un tempio in suo onore e affidandogli la tutela della comunità cittadina. Il tempio sorse nella parte opposta al tempio di San Giorgio (protettore dei genovesi, che fu eretto antecedentemente).

I due templi erano collocati al di fuori delle mura di cinta, mentre al centro della città di Caltagirone, affianco al castello, all’interno delle mura dominava la Chiesa Madre di origine bizantina, dedicata all’Assunta.

Introduzione della ceramica a Caltagirone.

Sviluppi della ceramica di Caltagirone.

Inizi della tradizione ceramica a Caltagirone.

La forte e salda tradizione musulmana che si avverte sul luogo è testimoniata da i toponimi, i cognomi e ancor di più attraverso l’arte della ceramica. I musulmani che al quel tempo vivevano a Piazza, Butera ed Aidone a causa delle continue lotte furono costretti nel 1161 a rifugiarsi nei vicini castelli saraceni del mezzogiorno e quindi nella vicina Caltagirone.

Alla luce di tutto ciò non desta meraviglia il ritrovamento di forni con resti di ceramica di stile prettamente musulmano, avvenuto a Caltagirone nei primi anni del XVIII secolo, infatti sin dal tempo del re Ruggero, ai ceramisti del luogo veniva richiesto un gran numero di recipienti elaborati e forgiati per la conservazione ed esportazione del miele, coltivato nelle fiorenti cittadine dell’isola. Inoltre a testimonianza di ciò furono ritrovati diversi reperti sul fianco settentrionale dell’antica chiesa di San Giorgio dei Genovesi, che hanno contribuito alla vasta produzione di dipinti che va dall’epoca sveva sino al XV secolo.Nell’autunno del 1194 al comando di Bonifacio, marchese di Monferrato e legato dell’Imperatore Enrico VI, le truppe si condussero verso l’interno dell’isola per piegare alla causa sveva: Randazzo, Aidone e Piazza, ma tra le città prese in considerazione vi era anche Caltagirone, la quale devota ancora ai Normanni poteva essere per gli svevi fonte di ostilità e conflitti. Infatti l’astuto Bonifacio per abbonarsi i caltagironesi conferì loro l’ampia e completa investitura dei privilegi e beni feudali tramite l’atto diplomatico del 1197, dal quel momento Caltagirone divenne un luogo di particolare interesse per i vari monarca, fu lo stesso Federico II, ancora non divenuto imperatore, che si accorse della posizione strategica e dell’enorme ricchezza e vastità dei possedimenti feudali di Caltagirone, e cosi volle presidiarla, costruendovi un fastoso castello, lo stesso monarca costruì anche altri castelli di in equiparabile bellezza a Catania, Lentini, Augusta e Siracusa.

Dobbiamo queste splendide costruzioni non solo al lavoro apportato dai musulmani sfuggiti alla deportazione, ma soprattutto agli artigiani caltagironesi che con la loro maestria nell’arte ceramica, hanno saputo rendere questi palazzi unici nel mondo.

E’ proprio in questo castello di Caltagirone che nel 1270, al ritorno dalla crociata di Tunisi, pernottò il re Carlo I d’Angiò, a quel tempo Caltagirone era dominata dal partito guelfo con a capo Bernardino di Caltagirone, nonché padre di Gualtiero, il quale fu giustiziato nel Piano S. Giuliano (lo spiazzale che attualmente si trova alla sinistra della chiesa) il 22 maggio 1283, per essersi ribellato al re Pietro III d’Aragona.

Fu nella prima metà del XIV secolo che Caltagirone, come anche il resto della Sicilia, venne colpita dalla terrificante pestilenza, ma ad aggravare le sorti di questa città vi furono anche gli ingenti aggravi fiscali apportati dal re Ludovico d’Aragona. Ma fortunatamente per Caltagirone, la distruzione di Terranova (odierna Gela), contribuì a risollevare le sorti di questo centro di produzione ceramica. A questa fortuna si aggiunse l’afflusso Spagnolo nella Sicilia orientale che favorì l’incrementarsi del progresso dell’arte ceramica anche a Caltagirone.

In un secondo momento questa venne favorita anche dall’afflusso dei catalani che furono espulsi dalla loro terra, i quali arricchirono la cultura e tradizione della ceramica di Caltagirone con motivi moreschi e il colore turchino delle mattonelle, inoltre nonostante le varie difficoltà la maestranza di maiolicai mantenne indiscusso il primato su tutta l’isola per secoli.


CALTAGIRONE TRA STORIA, CULTURA E TRADIZIONE

Come si evolse la ceramica di Caltagirone nel rinascimento.

Caltagirone verso il rinascimento.

Fu verso il 1470 che il pittore Antonello da Messina, portò a Caltagirone il primo soffio Artistico del Rinascimento.

L’avvento del rinascimento e dell’umanesimo si ebbe con il sorgere del nuovo palazzo situato presso la chiesa di S. Giuliano (L’attuale palazzo “dei nobili” dove oggi vengono allestite mostre artistiche di rilevato valore) realizzato dallo stesso Antonello da Messina che costruì anche la Cona. Sotto il clima rinascimentale, la città si dedica anima, corpo e mente per riprendersi la vecchia gloria, infatti fu la stessa città ad offrire all’imperatore Carlo V una nave costruita appositamente per la spedizione di Tunisi contro il pirata Barbarossa che infestava il Mediterraneo.

Questa imbarcazione venne costruita nella chiesa di S. Maria della Catena a Palermo e portava le insigne di Caltagirone ed il nome di “S. Giacomo” e veniva comandata dal caltagironese Antonio Gravina.

La cittadina stimolata da tanto fervore, affronta il problema dell’approvvigionamento idrico. Occorreva acqua potabile, ma ciò non fu semplice in quanto vi erano solo pozzi di acqua non potabile, perché salmastra poiché sgorgava da terreni argillosi, nonostante l’impresa fosse impervia nel 1607 si inaugurarono le complesse fontane dell’Acquanuova, ad arricchire tale impianto di fontane fu l’architetto ed ingegnere Camillo Camilliani  al quale venne commissionata una fontana non meno fastosa di quella costruita dal padre nella Piazza Pretoria di Palermo. Ma purtroppo per problemi di natura idrica quest’opera rimase solo in parte compiuta.

Sotto la luce del Rinascimento e dell’Umanesimo anche la religione subiva dei cambiamenti. Infatti la vecchia Chiesa dominata da paura e rigore, viene sostituita da feste briose e allegre, fuochi d’artificio, illuminazioni, fiere e mercati.

E’ proprio in questo periodo che viene realizzata la pregevole statua di S. Giacomo, commissionata dalla città di Caltagirone, al ben noto statuario di origine napoletana, Vincenzo Archifel. Il fine per cui venne commissionata tale opera fu quello di condurla in processione nel dì festivo (25 luglio) ed in quello ottavario del santo.

Mentre è nell’anno 1518 che si ha la prima fiera per la festa padronale concessa dal Viceré Ettore Pignatelli. Attorno a questa festa si concentrano tutti, a partire dagli artigiani di maiolica fino agli amministratori cittadini, che vedono in essa il modo per migliorare la città dal punto di vista economico e commerciale.

A questo punto la vita cittadina si concentra nella parte bassa e pianeggiante di Caltagirone dove sorgono nuove chiese e costruzioni di grande pregio tra cui il Palazzo di città, dove si svolgeva la fiera dedicata a San Francesco, voluta dai reali Martino e Maria d’Aragona. In quel luogo, inoltre, sorgevano i rioni dei cordai e dei ceramisti detti “cannatari” attivi nella loro attività anche di notte per via dei forni sempre accesi.

In seguito ai vari terremoti subiti da Caltagirone, la città cercò sempre nuovi stimoli e propositi per mantenersi viva e affascinante, fu per tale ragione che sorsero nuovi monumenti, tra i più importanti: la scala S. Maria del monte aperta nel 1606, opera molto ardita per quei tempi, in quanto richiedeva lo sventramento di gran parte della città aggrappata al monte; e il Ponte di S. Francesco d’Assisi, il quale fu costruito con lo scopo di agevolare l’afflusso dei fedeli presso la chiesa. Fu nell’ 11 gennaio del 1693 che tanto fasto e decoro venne distrutto da un terribile terremoto che spazzò via anche le ricchezze che si erano costruite per secoli e secoli. La ricostruzione di tanto splendore non fu affatto semplice vista la grande povertà che si abbatteva su Caltagirone, tanto che gli stessi pavimenti in ceramica furono rimpiazzati da semplice terracotta e qualsiasi altro ornamento venne ridotto all’indispensabile.

Solo verso la metà del’700 si decise di ridare a Caltagirone un certo prestigio e lustro, si ebbe così una seconda ricostruzione, più artistica e privilegiata, vennero chiamati i migliori architetti dell’isola, i quali realizzarono opere di grande sfarzo, utilizzando al meglio anche la ceramica come ornamento, fecero si che la ceramica di Caltagirone perdurasse per tutta la seconda metà del XVIII secolo e parte del successivo. Fu in quel periodo che la ceramica di  Caltagirone divenne più ricca, i colori dei ceramisti  si arricchirono di nuovo con il giallo oro, il verde ramina, il manganese che si accompagnava perfettamente al blu, dando vita a opere di grande fasto.

E’ nel XIX secolo che a Caltagirone nasce il grandioso Giardino Pubblico ad opera di G.B. Filippo Basile ed ornato al suo interno dalle pregevoli terrecotte di Bongiovanni e del nipote Giuseppe Vaccaro. In quel periodo non fu l’unica opera, in particolare ricordiamo: la chiesa di San Pietro e il Cimitero monumentale.

Dopo tante opere costruite e ricostruite fu l’ultima grande guerra a lasciare il segno su Caltagirone, mietendo lutti e rovine nei cuori caltagironesi. Infatti oltre che ai 700 morti si ebbe la scomparsa di molte abitazioni, nonché la perdita, di parte dei piloni dell’Acquanuova che erano rimaste intatte al terremoto del 1693 e danni riportati al portale meridionale del tempio del protettore.

Oggi per fortuna tali danni sono stati rimarginati.

Più che per tali danni la seconda metà del XX secolo rimarrà indelebile per la ripresa che la locale arte ceramica avuto in questo lasso di tempo, col sorgere di oltre 100 officine in seguito al rifacimento della maestosa Scala di S. Maria del monte, rivestita in maiolica con disegni tutti diversi per 142 gradini che la compongono. Questo Grandioso monumento ancora oggi ci regala momenti di pura euforia quando viene ornata con coppi colorati che compongono per le varie feste, disegni diversi e di grande gusto, a testimonianza di ciò molti forestieri si recano a Caltagirone ancora oggi per ammirare questo grande spettacolo di cultura e tradizione calatina.